Racchiusa tra mito

 

RACCHIUSA TRA MITO e leggenda, la storia naturale dell'Etna ha interessato il pensiero scientifico sin dalla più remota storia dell'uomo. Lucrezio, uno dei più grandi poeti latini, nel suo poema sulla natura, fa diretto riferimento all'Etna, indicando come causa principale, in grado di alimentare il fuoco interno alla terra, i venti sotterranei: ..."è nell'intorno il monte cavo dovunque, e quasi ovunque il regge nelle sue cavità duro basalto. Ivi circola l'aria e soffia il vento: chè l'aer vento si fa, quando lo scuota o sassi o terra, esso investe, abbia scaldato sì che sprizzar ne fa con infiammanti guizzi il fuoco bruciante, in alto allora levasi, e diritto per l'aperta gola del monte, in su precipite si scaglia". Nino Savarese così si immaginava il primo nascere dell'Etna: "Per molte notti il mare ribollì ma non vi erano abitanti che potessero guardare dalle spiaggie deserte, a giorno lo specchio dell'acqua era coperto da un vario tappeto di pesci morti e di alghe secche. Erano cominciate, su quel fondo marino, le eruzioni che a poco a poco, nei secoli, dovevano formare il gigantesco vulcano. Il mare a volte diventava luminoso come se le onde si incendiassero, ed il riflesso si andava estinguendo al sorgere del sole, come una seconda aurora marina. Dal fondo la spiaggia, il getto della lava crebbe come una enorme ninfea. Poi la spiaggia stessa si sollevò, come un grembo troppo pieno, e sbocciò alla superficie delle acque una corolla di fuoco". Valerio Giacomini, invece esprimeva con accorate parole il suo desiderio di conoscenza scientifica del vulcano: "Se ben ci pensiamo noi siamo in questo secolo XX, nel tempo culminante dei lumi scientifici, dei fanciulli che cercano ancora di sapere 'come è fatto dentro' questo grosso oggetto la cui realtà abbiamo scalfito solo molto superficialmente. Per questo possiamo ancora guardare un vulcano come l'Etna, che continua da millenni una incessante attività con la stessa meraviglia, con la stessa apprensione dell'ignoto, che era degli antichi". Nonostante la sua giovane età, databile nell'ordine di alcune migliaia di anni, l'Etna offre a chiunque si accinge a risalire le sue pendici un campionario biologico di inestimabile interesse ed una ricchezza di aspetti paesaggistici così vario e mutevole, da rendere questo vulcano la meta ambita di studiosi, di scrittori o semplicemente di quanti desiderino accostarsi alla natura e scoprirne i celati segreti. Sulla vetta dell'Etna si sale da tempi lontanissimi anche per godere di un altro spettacolo di diversa grandiosità e di straordinaria bellezza, che appare nella massima nitidezza al primo chiarore del mattino. Alessandro Dumas riuscì a descrive l'intensa emozione da lui provata una volta raggiunta la sommità dell'Etna: "Ho visto il sole levarsi sul Righi e sul Faulhorn, i due titani della Svizzera: nulla però è paragonabile a quello che si vede dall'alto dell'Etna. La Calabria da Pizzo fino a Capo del1'Armi, lo Stretto da Scilla a Reggio, il mare Tirreno e il mare Ionio; a sinistra le Isole Eolie, quasi a portata di mano; a destra Malta che fluttua all'orizzonte come una nebbia leggera e all'intorno la Sicilia intera, vista a volo d'uccello con la sua spiaggia dentellata di capi, di promontori, di porti, di insenature, di rade, le sue quindici città, i suoi trecento villaggi, le sue montagne che sembrano colline, le sue valli che si crederebbero solchi di aratro, i suoi fiumi che sembrano fili d'argento; e finalmente il cratere immenso, mugghiante di fiamme e di fumo. Sopra la testa il cielo, sotto i piedi l'inferno! Un tale spettacolo ci fece dimenticare tutto, fatiche, pericoli, sofferenze. Io ero tutto ammirazione, senza riserva alcuna, con gli occhi del corpo e gli occhi dell'anima. Giammai avevo visto Dio così vicino, e per conseguenza così grande". Carl Vincent nei suoi appunti scriveva: "Nei miei ricordi avevo conservato l'immagine del vulcano pacifico e lontano attraverso le colonne del podio del teatro greco di Taormina. Coronato di bianchi riflessi, sotto la luna, col mare calmo come un lago della Finlandia, creava un impressionante scenario per una tragedia antica, in cui il destino avanzava nascosto dall'ombra d'una vela gonfiata dalla brezza del mare... fra gli ammassi di pietre del diavolo, lava già incandescente ora pietrificata e raffreddata in disegni simili a quelli che può tracciare una possente ondata di aranci, limoni, mandarini aggrappati nella profondità di una terra generosa di ceneri vulcaniche". Chi, poi, attratto dal suo fascino misterioso, si ferma ad osservare il divenire degli organismi vegetali nel piano montano del territorio etneo, apprezzerà certo lo stretto rapporto tra gli adattamenti morfologici (forma, struttura e colore delle parti epigee) delle entità vegetali e l'ambiente, il più delle volte ostile e selettivo per la maggior parte delle specie ed in grado di modellare e condizionare, col variare anche dei versanti e delle quote, il paesaggio vegetale. Quest'ultimo assume, ad una determinata quota, per la spiccata specializzazione delle associazioni vegetali che ospita e per la sua intrinseca fisionomia e struttura, tutti quei caratteri di unicità, che consentono di apprezzare in pieno la grandiosità e l'armoniosa bellezza di questa montagna mediterranea. Il Recupero, considerato un classico della letteratura scientifica etnea ci tramanda una bella descrizione di questo vulcano: "Fra gli effetti mirabili del fuoco dell'Etna si novera quello che reca stupore e meraviglia agli spettatori, e ne parlano in seguito e scrivono come d'un prodigio stravagante ed impercettibile. Scorrendo la lava sulle campagne imboschite, spesso accade che circonda essa uno di quegli alberi il quale resta tuttavia vegeto e fresco e senza che abbia sofferto verun detrimento dalla potenza della materia infocata. Tutto l'opposto si vede in altri, che s'infiammano ed inceneriscono essendo ancor distanti dalla lava molti passi; alcuni investiti dalla materia ardente s'infiammano nelle loro verdi fronde a guisa di un gran fanale, ma poi restano in piedi, benché appassiti, o pur secchi. Tocca poi ad altri la sorte di essere abbruciati nel pedale; cade allora tutto il loro fusto sul dorso del torrente, ed ivi restano qual trofeo della vorace lava". Il fascino dell'Etna si presenta a volte in stridente contrasto con quelle manifestazioni naturali, violente e distruttrici, nelle quali si riconoscono taluni effetti devastatori che hanno trasmesso alla gente dell'Etna terrore e sacro rispetto verso il gigante irrequieto. Ma pur sempre, diremo insieme a Caio Silio Italico, "nulla è più bello dei lidi dell'Etna... Vi sono montagne in Sicilia che vomitano perpetuamente fuoco infernale ed evaporano fetore sulfureo: senza dubbio ivi è la porta dell'inferno... guardatevi dalle vicinanze dell'Etna, perché non vi colga morenti la regione infernale". Comprenderemo, forse, perché Empedocle si sentiva attratto irresistibilmente dal fuoco, allorché, respinto al tempo stesso da tutti gli altri elementi che pur lo imprigionavano e lo tenevano in esilio, parlando di se stesso, scriveva nel frammento delle purificazioni: "Il mare lo sputa sulla terra arida e la terra lo rigetta verso la luce corrusca del sole, e questo lo respinge nei turbini del vento. Lo ricevono l'uno dall'altro, ma tutti lo detestano. Io - conclude - sono uno di quelli, un vagabondo esiliato dagli Dei".