Il paesaggio vegetale del piano mediterraneo basale

 

Il paesaggio vegetale del piano mediterraneo basale

In questo piano di vegetazione, anche se bisogna riconoscere che la frequenza di talune entità vegetali e la morfologia di alcuni ambienti sono ovviamente correlate all'influenza antropica, si possono riconoscere numerosi aspetti di vegetazione ed un ricco corteggio floristico. Così la presenza, pure suggestiva, della modesta colonia di Papiro (Cyperuspapirus), presso la sorgente Quadare del Fiume Fiumefreddo. Questa specie, un tempo presente in nutrite colonie presso particolari zone umide della Sicilia o lungo alcuni corsi d'acqua, come il Fiume Ciane presso Siracusa, rischia adesso ovunque l'estinzione a causa del prosciugamento delle zone umide e dell'irrazionale sfruttamento delle risorse idriche. Ciò ha portato, lungo il corso del Ciane al progressivo decadimento delle caratteristiche fenotipiche della popolazione ecotipica di Papiri, e nel Fiume Fiumefreddo al sopravvento di aspetti di vegetazione ripariale più resistenti e più competitive alle condizioni di persistente carenza idrica, nonché alla scomparsa di quei pochi aspetti di vegetazione acquatica indicati nel territorio etneo. Sino ad alcuni anni or sono, nelle fresche e limpide acque di questo fiume si insediava una ricca vegetazione composta da specie fluttuanti sommerse (Myriopbyllum, Potamogeton), mentre nelle anse dove l'acqua scorreva più lenta fiorivano alcune interessanti specie di Ranuncoli e le Iris gialle (Iris pseudacorus). Qui l'autunno giungeva con estese fioriture, lungo le sponde e tra i densi popolamenti della Cannuccia d'acqua (Phragmites australis) e della mazzasarda maggiore (Thypha latifolia). Una fioritura di Viola dell'Etna in mezzo alle spine dell'AstralogoBen diversa è la flora lungo i litorali etnei: qui per le caratteristiche intrinseche di questi siti, sottoposti durante la balneazione ad un considerevole disturbo antropico, sopravvivono e si riconoscono per le loro appariscenti fioriture, spesso in prossimità di aree marginali, la Violaciocca di mare (°Vlatthiola tricuspidata) o il Pancrazio di mare (Pancratium maritimum). Un aspetto caratteristico degli ambienti termofili di questo piano di vegetazione è la macchia ad Euforbia arborea (Euphorbiadendroides), che riveste un ben preciso ruolo ecologico e floristico, nonostante una sua diffusione relegata al margine di aree intensamente coltivate o in terreni abbandonati e impervi o creste e spuntoni di roccia. Rappresenta un'associazione vegetale, fisionomicamente distinta per il caratteristico portamento dell'Euforbia arborea, che è in grado d'imprimere anche una nota di colore e di vivacità a quei paesaggi talvolta desolati, siti nelle aree improduttive di quella porzione di territorio etneo compreso tra Pozzillo (versante Est) e Bronte (versante Ovest). Un paesaggio poco apprezzato è forse quello offerto dal Leccio (Quercus ilex), unica specie di quercia sempre-verde presente sull'Etna lungo una larga fascia interessata nel passato dalle colture. Il Leccio è riconosciuto come specie originaria della regione mediterranea ma è stata introdotta anche in luoghi più freddi, poiché le sue prerogative di facile acclimatazione ne consentono un sufficiente sviluppo anche nei territori dell'Europa occidentale. La sua chioma densa ed arrotondata, di un verde cupo, che in primavera diviene ocra-verde o giallo-oro, spicca a distanza tra le antiche colate laviche ormai colonizzate dalla vegetazione e conserva la sua maestosità allorché il monotono contorno delle distese di lava, alle prime piogge autunnali, viene risvegliato e ravvivato dal manto cinerino di un lichene, lo Stereocaulon vesuvianum. Laddove poi condizioni particolarmente favorevoli e la scarsa influenza antropica hanno consentito al Leccio di costituire vere formazioni boschive, la composizione floristica e la struttura della vegetazione evidenziano una inconfondibile mediterraneità del nostro paesaggio vegetale. Altrove, la lecceta, assume una sua fisionomia ben distinta al mutare delle caratteristiche climatiche, particolarmente a causa delle precipitazioni e dell'umidità atmosferica. In condizioni di più spiccata aridità, nel territorio incluso tra Belpasso e Bronte, la vegetazione a Leccio è caratterizzata dal Bagolaro dell'Etna (Celtis tournefortia), dal Terebinto (Pistacia terebinthus) e dall'Euforbia cespugliosa (Euphorbia characias). Ginestra del'_EtnaAl variare delle condizioni offerte dai diversi versanti, il Leccio si accompagna a talune specie di querce caducifoglie, alla Ginestra dell'Etna (Genista aethnensis), oppure all'Orniello (Fraxinus ornus), al Carpino nero (Ostrya carpinifolia) e sporadicamente all'Alloro (Laurus nobilis). Condizioni pedoclimatiche diverse condizionano la distribuzione, sulle pendici dell'Etna delle due specie di Bagolaro, il Bagolaro comune (Celtisaustralis) e il Bagolaro dell'Etna (Celtis tournefortir). Il primo, detto anche Olmo bianco o Spaccasassi, è frequente intorno ai 400 metri di quota, dove costituisce, esclusivamente in quelle aree ancora non raggiunte dall'espansione urbanistica dei vari centri abitati etnei, delle boscaglie più o meno fitte e con esemplari anche di media altezza facilmente riconoscibili per le foglie membranacee, ovatolanceolate, acuminate, ma principalmente per i frutti piccoli, nerastri a maturazione, a nocciolo assai duro e commestibile. Ecologicamente ben differenziato è invece l'aggruppamento vegetale, caratterizzato dal Bagolaro dell'Etna, distribuito su una ben determinata area contraddistinta da una peculiare xerotermofilia e quindi ben circoscritta ed inclusa tra Belpasso e Nicolosi, sul versante meridionale, e Bronte, sul versante nord-occidentale. In taluni di questi ambienti, diversifica un originale aggruppamento vegetale in cui si ritrovano inseriti, così da costituire un singolare aspetto del paesaggio vegetale etneo, esemplari alto arbustivi di Terebinto (Pistacia terebintbus), dalla intricata chioma a tinte rossastre, ed i cespi compatti e rotondeggianti dell'Euforbia cespugliosa (Euphorbia caracias). Sul versante Sud, in condizioni termopluviometriche più favorevoli per la specie, subentrano le querce caducifoglie che finiscono con l'assumere, insieme al Leccio, un ruolo predominante nella fisionomia del paesaggio vegetale. Sconosciuta, da noi, l'utilizzazione dei semi di Bagolaro per l'estrazione di olio da ardere, soltanto le foglie trovano sporadicamente modesto impiego per l'alimentazione del bestiame caprino ed ovino. A tal proposito si deve riconoscere l'influenza negativa dell'eccessivo carico di bestiame, che a causa della massiccia brucatura anche delle plantule, impedisce il naturale rinnovamento e la diffusione della specie. Inoltre, sia il Bagolaro dell'Etna che il Bagolaro comune, vengono sottoposti a tagli molto severi poiché il legno è molto apprezzato per la sua resistenza al tarlo e per una notevole durezza e flessibilità. Allorché il Bagolaro viene coltivato per scopi ornamentali, si sviluppa armonicamente, assumendo il portamento di pianta ad alto fusto di un certo interesse ornamentale tanto da conferire nelle ville e nei giardini un pregio non inferiore a talune essenze non autoctone ma di più fortunata diffusione. Sporadicamente si incontrano il Carpino nero (Ostrya carpinifolia) e l'Orniello o albero della manna (Fraxinus ornus), sparsi in grossi individui isolati oppure riuniti in modesti popolamenti puri al margine di aree coltivate. Frequentemente queste essenze arboree costituiscono insieme al Leccio dei tipici boschi misti (boschi di sclerofille con caducifoglie), preferibilmente sui versanti del territorio etneo in cui prevalgono particolari favorevoli condizioni pluviometriche. Questi singolari aspetti di vegetazione forestale, in cui si addensano alberi a foglie caduche (Quercia, Carpino e Frassino) con alberi sempre verdi (Leccio) sono abbastanza diffusi nell'Italia peninsulare ed insulare e sono da collegare alla contemporanea presenza nel territorio di elementi della flora delle regioni europee continentali, frammisti ad elementi caratteristici della flora di tipo mediterraneo. Ciò determina una coesistenza tra alcune specie adatte a resistere ai rigori invernali, grazie ad alcuni meccanismi fisiologici quale la dormienza e la caduta delle foglie ed altre a foglie coriacee e persistenti provviste invece di adattamenti xerofitici altamente specializzati in funzione della resistenza alla inesorabile aridità e calura estiva che le vincola a situazioni ambientali localmente circoscritte a livello microclimatico, nonché a peculiari condizioni orografiche e pedologiche. A queste particolari formazioni boschive si attribuisce una composizione ed una fisionomia tipica delle leccete mediterraneo-montane. Sono limitatamente localizzate al versante orientale etneo, esclusivamente tra Acireale e Linguaglossa e ad altitudini comprese tra livelli abbastanza prossimi al mare fino a circa 1.000 metri di altitudine. Condizioni di elevata umidità ed abbondanti precipitazioni possono determinare in questa zona anche un netto abbassamento del limite altitudinale superiore della lecceta. Inoltre la presenza di talune specie caratteristiche delle associazioni vegetali dei querceti ed il relativo corteggio floristico, consentono di individuare la presenza, in questo territorio, di un aspetto meridionale dei querceti caducifogli submontani del tipo di quelli descritti nella penisola. Infine si può accèrtare che le caratteristiche fisionomiche di queste cenosi miste hanno subìto nel tempo delle grosse modifiche a causa di ripetuti interventi antropici miranti ad uniformare la composizione delle entità arboree del bosco, favorendo le specie ritenute economicamente più utili. Diversa, sia per problematica tassonomica che per conoscenze sulla ecologia delle specie interessate, è la distribuzione nel territorio etneo delle querce caducifoglie, quali: Quercus virgiliana, Quercus dalechampii, Quercus congesta, incluse impropriamente nella "Roverella". Su queste tre entità l'indagine fitogeografica, accompagnata da osservazioni biometriche condotte su popolazioni ben distinte per caratteri tassonomici e distribuzione altimetrica, differenziata anche per le condizioni pedologiche, ha accertato una presenza delle tre specie strettamente correlata alle diverse situazioni pedoclimatiche. Alla luce di recenti acquisizioni, si ritiene opportuno distinguere, nella fascia altimetrica più bassa e in stazioni ben circoscritte intorno ai 300 metri, la Quercus virgiliana, facilmente riconoscibile per lo sviluppo della ghianda ed in particolare per la struttura e conformazione della cupola, nonché per il maggiore sviluppo medio della superficie fogliare. Altrove, alla stessa altitudine e più in alto sino al limite della specie, riuniti in consorzi forestali misti o puri ovvero in individui isolati, si riconoscono la Quercus dalechamcpii e la Quercus congesta. Osservando la composizione floristica e l'estensione sulle pendici dell'Etna di questi boschi a Querce caducifoglie si deducono condizioni di più o meno spiccata termofilia che interessano sia l'orizzonte mediterraneo propriamente detto, sia l'orizzonte sopramediterraneo. E' invece la zona altimetrica più alta della fascia dei querceti (piano sopramediterraneo) caratterizzata da un'elevata umidità e da temperature più rigide, ad ospitare il tipico bosco di Cerro (Quercus cerris).